I giapponesi che fanno causa (XVIII – NHK edition)

40. Troppe parole straniere!

Il 71enne Hoji Takahashi, di Gifu, ha citato in giudizio la televisione nazionale NHK perché a suo dire, usa troppe parole straniere nelle sue trasmissioni.
Non ditegli che i kanji arrivano dalla Cina.

41. NHK vince causa in materia di canone

Il Tribunale di Yokohama, sede distaccata di Sagamihara, ha condannato un uomo che si rifiutava di pagare il canone televisivo per il periodo dal 2009 al 2013. L’uomo sosteneva che il televisore era rotto, ma secondo il Tribunale non ha portato prove a sufficienza, ed è pertanto stato condannato a pagare.
Il canone NHK è inquadrato come un contratto che ogni soggetto in possesso di apparecchi atti a ricevere trasmissioni televisive è obbligato a concludere con NHK. Secondo l’articolo dell’Asahi, NHK è al momento in causa con 61 imprese e famiglie per il pagamento del canone.

(puntata precedente)

Rubrica: la posta del giurista

Riceviamo da un affezionato lettore e volentieri pubblichiamo:

Ciao Andrea, sono un tuo lettore italiano sposato con una giapponese che dopo il matrimonio ha mantenuto il suo cognome. Se per ipotesi aspettassimo un figlio e vivessimo in Giappone, e lei avesse il suo koseki kohon (o come si chiama) intestato a se stessa con me che risulto come marito (in Katakana, ovviamente), esiste una anche remotissima possibilità che io possa registrare mio figlio col mio cognome e il nome in romaji, senza dover costringere mia moglie ad andare a partorire all’estero?
Cordiali saluti, un tuo affezionato lettore

Per comodità chiameremo Kaori Sato la moglie-mamma giapponese, Luca Rossi il marito-padre italiano e Mario il neonato.

La situazione si pone in questi termini: Luca, essendo straniero, non figura su alcun koseki, ma è solo una nota nel koseki di Kaori: “Tralaltro, Kaori è sposata con Luca”. Il figlio Mario viene dunque naturalmente registrato nel koseki di Kaori.
Mario ottiene per nascita la nazionalità giapponese e la registrazione nel koseki della madre è la rappresentazione formale/grafica di tutto ciò.
I caratteri ammessi nel koseki sono i kanji ed i kana. Niente caratteri latini, detti romaji. Quindi il nostro Mario potrà essere registrato come マリオ・麻里男・真李雄 e altre combinazioni bizzarre di kanji (e kana eventualmente), ma non come “Mario” in caratteri latini.

I caratteri latini tornano sulla scena però al momento di ottenere il passaporto giapponese dell’infante: sui passaporti giapponesi il nome compare in romaji.
Il sistema di traslitterazione del giapponese sancito ufficialmente dal governo è il sistema Kunrei, ma i passaporti non seguono (solo) tale sistema. Come anche nella segnaletica stradale, nei nomi delle stazioni ferroviarie, è il sistema Hepburn ad essere utilizzato, seppur con qualche modifica.
Pare essere ammesso (ma non obbligatorio: questa pagina della provincia di Kanagawa sollecita a rivolgersi allo sportello in casi dubbi) ad esempio l’uso della “H” per indicare l’allungamento della vocale: 伊藤 diventa così “Itoh”, 佐藤 “Satoh”, 大野 “Ohno” eccetera. Bruttissima questa H. Ma è così che funziona ad esempio anche sulle divise del baseball.

Rimane il fatto che Luca non ha koseki, quindi non si sa dove potrebbe registrare il suo figlio. Il passaporto giapponese inoltre riporta solo il cognome della madre, perché in Giappone non vi è doppio cognome, e lui risulta figlio di sua madre.

Entra in scena l’Italia, al momento di registrare l’infante all’anagrafe italiana. E qui vi è l’escamotage che permetterà a Mario di scrivere il suo nome con un sistema di scrittura superiore. E avere una doppia identità.
L’Italia infatti permette di dare al bambino il nome del padre italiano, nel caso in cui per consuetudine delle autorità dello stato civile del Paese di residenza, si attribuisca al minore il solo cognome materno. Il modulo da compilare e presentare alle autorità consolari è questo: modulo  di richiesta per attribuzione COGNOME PATERNO*. In esso si chiede che nella trascrizione dell’atto di nascita del neonato, nel nostro caso Mario Sato, venga applicata la normativa italiana e che quindi al/la predetto/a venga attribuito invece il solo cognome paterno. Ecco così che Mario Sato sarà registrato all’anagrafe italiana come Mario Rossi. In caratteri latini. E così sarà anche il nome sul suo passaporto italiano: Mario Rossi.

C’è dunque questo gap tra le identità del minore, che risulta essere da una parte Mario Sato e dall’altra Mario Rossi, ma è un risultato inevitabile viste le differenze tra le disposizioni dei due Paesi, e l’impossibilità di attribuire due cognomi al figlio.
Il modo più semplice per avere un unico cognome in tutta la famiglia è pensarci prima: entro 6 mesi dal matrimonio è possibile per un coniuge cambiare facilmente il proprio cognome in quello dell’altro coniuge; è possibile anche dopo 6 mesi ma è più complesso e richiede una procedura di fronte al Tribunale di famiglia.

Dal momento che il Giappone non riconosce la doppia cittadinanza, lo sdoppiamento in ogni caso si dovrebbe ricomporre quando il minore raggiunge la maggiore età, momento in cui Mario dovrà scegliere tra quella italiana o quella giapponese. La scelta si andrà a riflettere pertanto anche sul cognome.

*: Nel caso di coppia mista italo-giapponese in cui lui sia giapponese e lei italiana, non è possibile attribuire il cognome italiano della madre, perché secondo il diritto italiano il figlio riconosciuto da entrambi i genitori assume il cognome del padre (art. 262 codice civile italiano). Dal momento che la disposizione giapponese coincide con quella italiana, non vi è necessità di ammettere eccezioni.
L’unico caso che mi viene in mente ora, in cui il figlio di madre italiana in Giappone può assumere il cognome materno dovrebbe dunque essere quello in cui solo la madre riconosca il figlio.